LABORATORIO DEL METALLO

METALLO

Questo laboratorio è un po' particolare perché non rappresenta in realtà una ricerca continua e coerente con un chiaro filo conduttore ma mette insieme una serie di oggetti nati da concetti molto diversi. Anche recentemente, negli ultimi lavori, Michele De Lucchi è tornato al metallo usandolo per cambiare e dare un senso diverso alle basi dei vasi della collezione “a che cosa servono i vasi da fiori?”. Quasi tutti gli oggetti del laboratorio del metallo sono nati da desideri e esigenze familiari e sono stati disegnati con approcci di design molto diversi.
Michele De Lucchi da solo probabilmente non avrebbe mai affrontato il tema dei candelabri. “Troppa decorazione, troppo romantici”. Di fronte alle quotidiane disperazioni critiche perché non funzionavano mai, non poteva evitare di pensare come migliorarli. Per facilitare il cambio delle candele e soprattutto togliere senza fatica le candele consumate, ha inventato dei candelieri nello spirito delle macchine minime, pensando cioè a semplici meccanismi che per apporto di molle o bilancieri risolvessero il problema. Variando la funzione di infilare e togliere la candela, è nata una serie di candelabri molto particolare per la forma sempre dettata dalla funzione stessa. Guardandoli si capisce quanto Michele si sia divertito con questo approccio così speciale a un tema così sperimentale. Si è lanciato addirittura a persuadere a fare uno spettacolo teatrale nel 1991 nella città di Brema. Recitava nel ruolo di un artigiano filosofo, seduto dietro un tavolo sistemato in mezzo al palcoscenico, tutto al buio con solo la luce su di lui e il suo tavolo. Raccontava a se stesso le tappe principali della sua vita e del suo lavoro lucidando strani pezzi di metallo, che si toglieva dalle tasche e li montava con molta cura, pian piano facendoli diventar un candelabro. Alla fine si era tolto dalle tasche anche una candela, la aveva accesa con un fiammifero e poi in un grande silenzio aveva soffiato spegnendo la fiamma e lasciando tutti nella più totale oscurità. La gente di Brema era entusiasta. Questo concetto di separare i pezzi ed evidenziare la cura della manifattura è stato poi ripreso per una presentazione di questi candelabri alla Triennale di Milano nel 1992. Per tutti i candelabri è stato usato ottone massiccio, in alcuni casi argentato e in altri lasciato al naturale. È molto bello l’effetto del metallo che cambia colore quando viene toccato ed usato. Sembra che questo materiale duro all’improvviso diventi timido e sensibile. Tutti i pezzi sono realizzati “da pieno”, torniti da un pezzo di metallo solido e non tagliati da lastra, o stampati o ricavati da tubo. Questo spiega la loro straordinaria pesantezza. Anche le rondelle sottili sono tornite da pieno e hanno una forma solida con sezione variabile fatta a vaschetta o a lente.



Il portatesori è praticamente una trasposizione di un oggetto pensato in legno ma realizzato in metallo. Michele in quel periodo stava lavorando tanto per delle mostre da fare in Giappone di disegni di oggetti in legno realizzati da artigiani giapponesi. Una delle tante forme sviluppate per questa mostra si ritrovava poi nei suoi quadri e sembrava possedere un particolare significato. Non fu possibile portare questo oggetto in Italia né riprodurlo e così fu riprodotto in una forma di ottone e divenne il portatesori tanto amato dalla sua proprietaria. é un pezzo unico tornito in lastra.

“...quella volta che ho cominciato a pensare al vaso Pluvia eravamo come tante altre volte in giardino. Volevamo un vaso-oggetto resistente alle intemperie e forte abbastanza per contrastare la vegetazione esuberante e la violenza dei temporali del lago. Era la prima colta che pensavo ad un oggetto tutto in ghisa: un materiale tanto usato per esterno nel passato e con una certa renaissance oggi. Mi faceva anche pensare a mobili per giardino, però li volevo moderni, non di sapore antico. Di forme forti ne vedevo solo due e poi mi veniva l’idea un pò pazza di legare ghisa grezza al vetro. Volevo una base invisibile per dare il senso di un corpo pesante, forte, resistente, che riposava quasi sul niente, confrontando la materialità della ghisa con l’immaterialità del vetro. Ho presentato per la prima volta questi vasi ad una mostra di acquerelli al monastero Maulbronn in Germania e quel giorno pioveva tanto…”.
Per la produzione fu molto difficile trovare artigiani adatti. I piccoli artigiani sono troppo poco disposti a sostenere lo spreco di pezzi difettosi pur di mantenere lo spessore delle pareti del vaso così sottili. Le grandi fonderie invece sono poco disposte a fermare le loro macchine solo per sette o otto vasi con tanto spreco di tempo. Nonostante sia stato realizzato uno stampo molto preciso i pezzi escono molto differenti gli uni dagli altri e non si riesce ad evitare molti scarti. Il pezzo è relativamente grande ma molto profondo e la ghisa ha un grandissimo restringimento in fase di raffreddamento e le forme tendono a perdere la loro geometria.

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